Piazza N. Longobardi 3, 00145 Roma tel 06 51607592
"La qualità maggiore di un buon medico è un'estrema capacità di attenzione, perché la medicina è sopra ogni altra cosa un'arte dell'osservare" Luigi Turinese in Biotipologia
Visualizzazione post con etichetta Medicina. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Medicina. Mostra tutti i post

martedì 16 maggio 2023

"Una finestra sul museo" - Omeopatia e Arte, sabato 27 maggio 2023 ore 11/12.30 , Museo dell'Omeopatia, Piazza Navona 49, Roma

 

 

"Una finestra sul museo"

Ciclo di incontri durante i quali  

Prof. Francesco E. Negro
e
Dr. Luigi Turinese


vi condurranno alla scoperta dell'omeopatia attraverso l'arte, la musica, la letteratura e la pittura per cogliere l'essenza e le sfumature di questa disciplina in una visone armonica del tutto

Sabato 27 maggio 2023 ore 11/12.30

Omeopatia e Arte

Museo dell'omeopatia
piazza Navona 49
Roma

Per partecipare in presenza (i posti sono limitati a 20 persone e saranno accettati in ordine di arrivo) è necessario iscriversi al seguente link:

https://rebrand.ly/27maggio2023


venerdì 17 giugno 2022

Menopausa: lo "smarrimento" del tempo - Articolo di Luigi Turinese pubblicato sulla rivista online GENERIAMO SALUTE

di Luigi Turinese

Pur senza negarne la fisiopatologia ormonale, vorrei servirmi di strumenti psicologici e antropologici per suggerire un’interpretazione e una comprensione di alcuni sintomi riferiti all’area psichica della sindrome climaterica.

Esiste una scuola antropologica, detta di cultura e personalità – le cui principali esponenti sono Margaret Mead (1901-1978) e Ruth Benedict (1887-1948) – che studia i rapporti tra psicologia individuale e cultura nella quale l’individuo si trova a vivere. Applicando questo metodo alla sindrome climaterica, cercherò di dimostrare come il disagio psicologico di alcune donne costituisca una reazione di personalità alle spinte ambientali e culturali o a quello che in linguaggio junghiano si definisce conscio collettivo. 

In tutte le culture a noi note, la dicotomia più profonda è quella tra i sessi, proprio perché coinvolge ogni ambito dell’esistenza. Alla base della creazione culturale vi è un’immagine simbolica della donna, che rimane per così dire sospesa tra Natura e Cultura e sul cui corpo – si pensi alle immagini della sessualità o della bellezza – si giocano spesso nodi e snodi della creazione culturale.

[...] Continua a leggere su GENERIAMO SALUTE

martedì 8 febbraio 2022

La normalità degli eroi. Achille, Ulisse ed Enea tra mito, scienza e sentimento - di Pierluigi Gargiulo (Edizioni LSWR, 2022)


 Pierluigi Gargiulo

La normalità degli eroi.
Achille, Ulisse ed Enea tra mito, scienza e sentimento

 


  • Leggi la Prefazione di Luigi Turinese:

Che cosa è un romanzo? “Nelle letterature moderne e contemporanee, componimento letterario in prosa, che si affermò a cominciare dal Seicento e che ebbe il suo maggiore sviluppo e le più varie articolazioni nell’Ottocento” (Treccani, Vocabolario on line). Tenendoci dunque a questa generica definizione, quello di Pierluigi Gargiulo può rientrare, sebbene un po’ a fatica, nella categoria. E tuttavia non sfugge l’aggettivo che l’Autore ha affiancato al sostantivo: scientifico. Precisazione preziosa. 
Dunque siamo di fronte a un genere insolito, in un certo senso una variante del romanzo-saggio: il romanzo scientifico, appunto. Che cosa fa il Nostro, fedele alla sua genialità creativa? Non replica, magari approfondendola, la sapiente trattazione del precedente “Il movimento. Un percorso lungo una vita” (Marsilio 2019). No, Pierluigi Gargiulo descrive che cosa accade nell’organismo in occasione di una sollecitazione muscolare massimale, qual è la differenza tra aerobiosi e anaerobiosi, quali le condizioni ormonali che conducono alla sarcopenia nei maschi anziani; magnifica le meraviglie del creatinfosfato nelle prestazioni muscolari e giustifica un fenomeno tutto sommato eccezionale, per il bipede terrestre che è l’uomo, come la resistenza natatoria. 
Ma lo fa ricorrendo alle vicende dell’epica omerica e virgiliana, dunque su di uno sfondo archetipico: seguire le vicissitudini degli eroi e le incursioni degli dèi nelle vite umane significa fare un viaggio dentro noi stessi. “La normalità degli eroi” getta un ponte tra storia e mito, tra narrativa e letteratura scientifica, producendo un fertile scarto dal mero letteralismo. Non mancano i tributi a personaggi come Schliemann, il leggendario scopritore di Troia, di cui si evidenzia anche il lato mercuriale, da trickster dell’archeologia; o a scienziati del calibro di Arthur Jones, pioniere nel campo dell’allenamento ad alta intensità, e di Ancel Keys, il profeta della dieta mediterranea. O ancora a studiosi della correlazione tra allenamento e resistenza cardio-vascolare, come Martii Karvonen e Kenneth Cooper. 
Muoversi tra più registri consente all’Autore di operare digressioni di vario tenore. Ad esempio, la fisiologia muscolare suggerisce che gli eroi avessero una prevalenza di massa magra e che in loro vi fosse un mirabile equilibrio tra resistenza aerobica e sistema energetico anaerobio, deputato a prestazioni potenti e rapide ma brevi. Che dire della mirabile intersezione tra anatomo-fisiologia e tenero erotismo nella scena di Briseide che contempla il sonno di Achille? Subito dopo, quest’ultimo viene immortalato mentre, sospeso tra due querce, allena il grande dorsale. La fisiologia, insomma, è pretesto per digressioni mitologiche quanto la narrazione epica si arricchisce di osservazioni scientifiche. La costruzione del cavallo, la cui introduzione oltre le mura della città porterà alla definitiva capitolazione di Troia, consente a Gargiulo di soffermarsi da un lato sul presumibile regime alimentare di quei costruttori, dall’altro sulla storia del pugilato, dato che i lavori erano appunto coordinati dal pugile Epeo. 
Voglio portare un altro esempio di come procede questo “romanzo scientifico”. Il nuoto era un elemento imprescindibile della paideia di un giovane greco. Tuttavia l’ira di Poseidone per avere accecato il figlio Polifemo costringe Odisseo a prestazioni fuori dall’ordinario, per sostenere le quali dobbiamo immaginare la midollare dei suoi surreni fare gli straordinari per produrre catecolamine (noradrenalina e adrenalina), che consentono un aumento di pressione arteriosa e di glicemia e sostengono la frequenza cardiaca. Proprio la lotta con Polifemo dà all’Autore il destro per introdurre il concetto di “supercompensazione muscolare”. Infatti in circostanze come quelle occorrono forza fisica, resistenza ma anche velocità e astuzia: bisogna insomma essere in grado di reculer pour mieux sauter. Per uscire indenni dall’antro del Ciclope, poi, era necessario disporre di un perfetto allenamento del CORE (fulcro muscolare costituito dagli addominali, dai muscoli dei cingoli e della fascia dorsale). 
La descrizione della fine di Achille fornisce a Gargiulo l’opportunità per ricordarci le funzioni dei tendini, compreso quello che dall’eroe acheo prende il nome. 
L’ultimo capitolo, intitolato significativamente “Cali il sipario”, rivela il nucleo teatrale di questo inusuale libro. Per questa chiusura il tono di Gargiulo si fa quasi affettuoso: “Restituiamo dunque all’epica, alla leggenda, al Mito i nostri attori […] È giunto il momento che, grati e riconoscenti, si consenta ai nostri eroi di ritirarsi, rigorosi e austeri, nelle immortali pagine dei poemi omerici e virgiliani. E, soprattutto, di permanere eternamente nella memoria collettiva e individuale di ciascuno di noi”. 
Chiusa l’ultima pagina, torno a chiedermi se questo strano oggetto si possa o meno definire un romanzo, giacché è qualcosa di meno ma anche qualcosa di più di un classico libro di narrativa E mi sovvengono le parole di un grande scrittore recentemente scomparso, Daniele Del Giudice: “Le forme, romanzo compreso, nascono e muoiono, e tali decessi sono vitali; rappresentazione era ciò che a me stava a cuore” (Daniele Del Giudice, In questa luce, Einaudi, 2013). 
Ecco la definizione che cercavo. “La normalità degli eroi” è, in tutto e per tutto, una rappresentazione, di uomini, di eroi, di dèi: di tutto ciò che ci abita. 



giovedì 29 aprile 2021

martedì 12 gennaio 2021

La medicina ha bisogno di mètis - Articolo di Luigi Turinese su Generiamo Salute

La medicina ha bisogno di mètis

di Luigi Turinese

St(r)ati di realtà - Foto Gianna Tarantino



 La mancanza di mètis

In questi mesi ho lavorato intorno ad alcuni temi interdisciplinari, considerata anche la mia doppia competenza, di medico e di psicologo analista. Alcune settimane fa, mentre approfondivo il concetto di mètis per un Convegno di psicoanalisti junghiani, mi è sembrato di avere sempre più chiaro perché trovo insoddisfacente l’ingiunzione della medicina contemporanea di procedere per linee-guida e protocolli: infatti la nostra pratica, così come viene proposta, manca di mètis, ovvero di quella intelligenza astuta in grado di vedere soluzioni dove la statistica non sa guardare. Possiamo dire che la cultura scientifica dominante ha privilegiato il pensiero logico (logos): unilateralità particolarmente dannosa in medicina, disciplina complessa che non si risolve in pura oggettività. Alcuni correttivi stanno nascendo: si veda l’attenzione nei confronti della medicina narrativa, che viene presentata come una novità ma che per noi medici omeopati è una realtà da oltre due secoli. Si tratta però di correttivi isolati, mancando una visione d’insieme sorretta da una appropriata filosofia della medicina, che ne riconosca e rispetti la duplice natura di scienza e arte.

Mito e mètis

Che cosa dunque è la mètis? La mitologia greca ci dà qualche spunto iniziale, ricordandoci che Mètis è la prima moglie di Zeus: una oceanina che gli sfuggiva in ogni modo, tanto che alla fine Zeus si risolse di ingoiarla, quando però era oramai gravida. Le doglie si annunciarono sotto forma di una terribile emicrania, e dal cranio di Zeus nacque Atena, la dea della sapienza (sophìa). Nel terzo secolo a. C. il filosofo stoico Crisippo pone una distinzione tra sophìa e phronesis: la prima si interessa degli universali, la seconda, intrisa di mètis, è una qualità che dirige l’agire, tenendo conto della complessità e del contesto.

Il pensiero “laterale”

Ora, è evidente come la medicina, per lo meno nella sua declinazione clinica, abbia bisogno di un pensiero contestuale, di un pensiero flessibile, piuttosto che di un approccio sistematico e astratto che proceda per squadrate verità. Potremmo dire che, oltre alla via del razionale, urge percorrere la via del ragionevole, che sappia scegliere di volta in volta, da caso a caso, la soluzione più adatta. La via del ragionevole si nutre di intuizione, di colpo d‘occhio. [...]


Continua a leggere su Generiamo Salute


lunedì 26 ottobre 2020

"Il movimento della conoscenza" intervista a Luigi Turinese a cura di Anma Crespi - su W.A.L. walkandlearn

 Il movimento della conoscenza

                                                                                                    "Primordial yoni" foto G. Tarantino


Intervista a Luigi Turinese

a cura di Anma Crespi


Dott. Turinese, quanto incide sulla salute la consapevolezza di una imprescindibile continuità tra dimensione fisiologica e dimensione psichica? Quanto conta nella gestione del proprio “patrimonio-salute” l’immagine del corpo?

“Oltre dieci anni fa, nel mio Modelli psicosomatici. Un approccio categoriale alla clinica (Elsevier-Masson, Milano 2009), cercavo di mostrare come la vecchia concezione psicosomatica che differenziava le malattie organiche dalle malattie psicosomatiche, esito queste ultime di un conflitto emotivo non elaborato – pur utile a rompere i preconcetti organicisti –, andasse superata a favore di un modello unitario. Provo a spiegarmi meglio: l’essere umano è per sua natura psicosomatico, per cui si esprime in modo unitario sia nella salute sia nella malattia. Recuperare la relazione tra corpo e mente solo nella malattia – in particolare solo nelle malattie funzionali – mi sembra molto riduttivo. L’immagine del corpo è molto importante. A tale proposito voglio sottolineare come la sua composizione sia l’esito di una combinazione tra lo sguardo dei care-givers, le sollecitazioni del collettivo e il proprio rapporto con lo specchio: non sempre l’immagine che esso ci restituisce corrisponde a un dato oggettivo, come dimostra il caso delle persone affette da disturbi alimentari”.


Lei è convinto dell’efficacia dell’attività fisica nella prevenzione della malattia in genere? Se sì, perché? In che consiste esattamente la terapeuticità del Movimento?

“Da ‘sedentario moderato’ – sono un buon camminatore, ma definirmi sportivo sarebbe millantato credito – credo che il movimento sia l’essenza della Vita. Ogni tipo di movimento, da quello letterale a quello metaforico – ad esempio il muoversi tra le molteplici declinazioni della conoscenza – contribuisce a mantenersi vivi e in buona salute psicofisica. Pertanto allargherei il valore preventivo oltre che terapeutico del movimento a ogni azione dinamica” [...continua]


Leggi l'intervista completa su WAL experience


lunedì 14 settembre 2020

Mezz'ora di Medicina Integrata - Videointervista a Luigi Turinese, di Gino Santini

 

Mezz’ora di Medicina Integrata

Nella sera del 10 luglio 2020 nasce sulla pagina Facebook della Siomi una rubrica che vuole portare una ventata di chiarezza su tanti temi che, volutamente o meno, vediamo diffusi in modo distorto e superficiale. Si parla di Medicina Integrata e lo si fa con i professionisti che la utilizzano nel quotidiano con i loro pazienti. Il taglio volutamente divulgativo della rubrica vuole contribuire a quella chiarezza che deve sempre essere alla base del rapporto tra medico e paziente.

Gino Santini intervista Luigi Turinese

Guarda la videointervista


Intervista a Luigi Turinese from Gino Santini on Vimeo.

martedì 28 aprile 2020

Di virus, di morte e altre sciocchezze (cit. Guccini)

Di virus, di morte e altre sciocchezze (cit. Guccini)
di Luigi Turinese

Giardino d'inverno - foto Gianna Tarantino



Confesso un certo pudore nel provare a dire qualcosa di sensato a proposito dell’epidemia – o pandemia, poco importa come la vogliamo chiamare – da coronavirus.

Dialettica, clima emotivo e nevrosi
Troppo si è detto, letto e dichiarato, oltre tutto sovente in un clima emotivo che poco invita al ragionamento. Su un piano generale, a proposito di questo tema osservo la grande difficoltà di tutti noi nel mantenere un pensiero dialettico: il che, seguendo Jung, è un criterio diagnostico certo di nevrosi. 
Dal punto di vista junghiano, difatti, la conseguenza più vistosa di uno stato nevrotico è l’unilateralità; laddove la salute mentale consiste innanzitutto nella capacità di mantenere vivi – dentro di sé e con gli altri – i due corni di un dilemma. Insomma, saggio è colui che non risolve il conflitto buttandosi da una parte o dall’altra ma che esamina le posizioni, anche le più contraddittorie, riuscendo – ove possibile – a intravvederne la complementarietà.

La nevrosi dei governi
La questione delle differenze tra i vari governi nell’affrontare l’epidemia/pandemia ne è un esempio interessante. Da una parte la scelta cinese, poi, in salsa mediterranea, dell’Italia; dall’altra quella britannica. La prima ha puntato sull’isolamento progressivamente crescente della popolazione, nell’attesa che si attenui la carica virale; la seconda propone una sorveglianza attiva del virus, ad esempio senza chiudere le scuole, nella speranza che si diffonda una immunità di comunità (la cosiddetta “immunità di gregge”). 
Non importa se il diffondersi del contagio, dal momento in cui ho iniziato a scrivere questo articolo a quando l’ho portato a termine, ha modificato alcune delle posizioni indicate. Quel che voglio significare è la possibilità di pensare mantenendo vivi gli opposti, favorendo l’emersione di un pensiero creativo terzo, che trascenda gli estremi.

Negazione, fobia e paralogismo ovvero psicosi
Allo stesso modo, nei singoli hanno prevalso le opposte posizioni difensive della negazione e della fobia, non di rado condite con argomentazioni viziate da un accentuato paralogismo: ovvero da quello snodarsi di passaggi apparentemente inappuntabili ma derivanti da un premessa indimostrabile o palesemente errata. 
È interessante far notare che il paralogismo è una delle caratteristiche del pensiero psicotico. Quanto detto finora investe l’insieme delle riflessioni suscitate dall’epidemia in corso, tra le quali quelle che riguardano gli anziani. Sin dall’inizio, quasi a voler rassicurare la popolazione, si è insistito sul fatto che si trattasse di una forma parainfluenzale, certo piuttosto aggressiva, che “uccide prevalentemente gli anziani”.

Gli scongiuri degli anziani…
A parte il fatto che molti anziani si saranno prodotti in svariate forme di scongiuro – popolari o più raffinate poco importa –, anche se provvista di incontrovertibile evidenza epidemiologica tale affermazione rientra tra quelle difensive. Come dire: “Mi dispiace per il nonno ma anche stavolta io la faccio franca”. 
Va anche detto che alcuni anziani, al grido di “ho fatto la guerra! ho passato l’asiatica!”, hanno inizialmente sottovalutato la situazione....



Articolo apparso su Generiamo salute - Marzo 2020 


venerdì 24 aprile 2020

Sul "Burn out", lo stress da lavoro

Quando ci si sente "fusi" - Note sulla sindrome del burn out
di Luigi Turinese

La luna e il falò - foto Gianna Tarantino


In un film di James Foley del 1992, Americans, interpretato da Al Pacino, Kevin Spacey, Alec Baldwin e un monumentale Jack Lemmon in uno dei suoi rari ruoli drammatici, ai quattro dipendenti di un’agenzia immobiliare di New York vengono dati dei contatti ai quali fornire dei contratti di vendita. Una sera, arriva in agenzia un inviato della proprietà incaricato di fare da motivatore: per risollevarsi, l’agenzia lancia una sfida a tutti i suoi dipendenti. Chi riuscirà a vendere di più avrà in premio una Cadillac Eldorado, il secondo riceverà un servizio di coltelli da bistecca, per gli altri licenziamento immediato. 
Si scatena il panico tra i dipendenti, ognuno dei quali è costretto ad affrontare una serie di problemi derivanti dalla sovrapposizione tra la nuova situazione di urgenza e questioni familiari e private. Come si può ben immaginare, la tensione cresce, insieme al crollo di qualunque residua istanza altruistica e collaborativa.

Quella appena descritta è una tipica situazione foriera di burn out. Descritta compiutamente a partire dagli anni ’70 negli USA, la sindrome del burn out è un processo multifattoriale (psico-socio-culturale) che comporta il progressivo esaurimento motivazionale dei lavoratori, soprattutto quelli dediti a professioni di aiuto, anche se negli ultimi anni le condizioni di pressione economica e prestazionale presenti in molti settori hanno condotto a un allargamento del campo di indagine, tanto che nel 2019 della sindrome si è occupata ufficialmente l’OMS. 
“Il burn out – si legge sul sito dell’agenzia speciale dell’Onu per la salute – è incluso nell’11esima revisione dell’International Classification of Diseases (ICD-11) come un fenomeno occupazionale (stress da lavoro). 
Non è classificata come una condizione medica”. Il quadro clinico è polimorfo: si va da sintomi aspecifici (insonnia, astenia, “nervosismo”) a sintomi somatici (cefalea, eretismo cardio-vascolare) e psicologici (depressione, rabbia, indifferenza nei confronti delle mansioni e degli utenti). 
Ne consegue un esaurimento emotivo (con un sinistro gioco di parole potremmo dire che si va dall’empatia all’apatia), depersonalizzazione (distacco dagli altri, cinismo, sino all’ostilità), ridotta realizzazione personale (in ultima analisi, si prova un senso di fallimento). 
Non di rado, prima di rivolgersi al medico e/o alla psicoterapia, il soggetto prova a forzare la situazione con eccitanti o rilassanti leciti (caffè, alcool, talora benzodiazepine autoprescritte) sino a sostanze illegali

giovedì 23 aprile 2020

Terza età e ipermedicalizzazione degli anziani - di Luigi Turinese

Note sull’ipermedicalizzazione degli anziani

“La medicina ha fatto così tanti progressi che oramai più nessuno è sano” 
(Aldous Huxley)

Il padre Anchise - foto Gianna Tarantino



In ambito geriatrico, il 30% dei ricoveri ospedalieri e il 20% delle spese sanitarie superflue sono riconducibili a prescrizioni inappropriate. Senza arrivare a questi estremi, osserviamo che non pochi anziani sono trattati con una politerapia che può superare la quantità di dieci farmaci diversi da distribuire - con fatica - all’interno della giornata. Anche soltanto considerando il rischio di interazioni tra farmaci e la difficile compliance che deriva da una così complessa gestione, si tratta di dati allarmanti.
A questi si aggiunga un fenomeno che rientra a pieno titolo tra gli effetti indesiderati generali: l’aumentato rischio di caduta prodotto da alcuni medicinali di uso comune presso gli anziani (benzodiazepine, antidepressivi, antipertensivi, ecc.), che ha condotto a compilare vere e proprie liste di Fall Risk Increasing Drugs.

Viva i pazienti spaventati
Il fatto è che i medici sono formati per prescrivere; e specularmente i pazienti sono inclini a pretendere una prescrizione, trasformandosi così da (presunti) malati a consumatori.
Il fenomeno della medicalizzazione della società non è limitato agli anziani. Basti pensare alla patologizzazione di ogni esperienza che si situi al di fuori dell’ideale di una vita senza scosse: i bambini vivaci diventano iperattivi, le delusioni sentimentali garantiscono l’ingresso nella categoria “depressione”; e così via. Per ognuno di questi inconvenienti c’è un farmaco. È come se ciascuno di noi fosse dichiarato incapace di affrontare i saliscendi della vita senza tutela medica. Questo scenario si aggroviglia in modo particolare nella cosiddetta “terza età”, anche mercé l’enfasi posta sui “fattori di rischio”.
Non si può infatti trattare il tema dell’ipermedicalizzazione separandolo dalla questione della sovradiagnosi.
A tale riguardo nel settembre 2013 si è tenuta negli USA la prima conferenza internazionale Preventing Overdiagnosis. Ben prima (2002) il British Medical Journal aveva inaugurato la rubrica “Too much medicine” e a partire dal 2010 la rivista Archives of Internal Medicine ospita la rubrica “Less is more” (d’altronde, già Ippocrate ammoniva: “Per il malato, il meno è il meglio”). Segno che anche la medicina accademica si sta accorgendo del problema.

Il target governativo o la professione medica?
L’imperfezione dei test - unita al continuo abbassamento dei valori-soglia, che trasforma ogni disturbo o anomalia statistica in una malattia in agguato –, il trattamento farmacologico di deviazioni dalla norma (già; ma qual è la norma?) che ancora non si sono palesate in quadri clinici (con gli effetti collaterali del caso), l’aspettativa indotta negli utenti di soluzioni definitive sono altrettanti limiti alla forsennata corsa allo screening.
Nel 2009 Michael Oliver, professore emerito di cardiologia presso l’Università di Edimburgo, pubblica sul British Medical Journal un articolo in cui descrive, con humour britannico, l’odissea di un gruppo di pensionati in buona salute convocati dal proprio medico di base per un check-up annuale e trasformati ipso facto in malati spaventati e bisognosi di esami diagnostici, terapie farmacologiche e drastiche proibizioni delle loro abitudini voluttuarie.
“Che razza di medicina è questa, dove la politica prevale sulla professionalità, l'ossessione per i target governativi si sostituisce al buon senso e il paternalismo rimpiazza la responsabilità personale? Sembra che la maggior parte dei Governi occidentali consideri tutte le persone al di sopra dei 75 anni come pazienti.” Una malintesa interpretazione dell’idea di medicina preventiva concorre dunque a trasformare i sani in malati.



Bibliografia:
Su disease mongering vedi Marco Bobbio, dal significativo titolo “Il malato immaginato” (Einaudi, Torino 2010).
Sull’invito a passare dalla patologia alla clinica cfr. Turinese, L.: “Modelli psicosomatici. Un approccio categoriale alla clinica”, Elsevier-Masson, Milano 2009.
Su Colesterolo vedi Marco Bobbio “Leggenda e realtà del colesterolo. Le labili certezze della medicina” (Bollati Boringhieri, Torino 1993).
Vedi anche:
Illich, I. (1976): “Nemesi medica”, Mondadori, Milano 1977.
Richard J. Ablin (2014): “Il grande inganno sulla prostata”, Raffaello Cortina, Milano 20

Luigi Turinese

Articolo apparso su Generiamo salute  - Gennaio 2020

  

mercoledì 18 dicembre 2019

Presentazione del calendario CEMON 2020


Museo dell'Omeopatia 
Fondazione Negro
Piazza Navona, 49
Roma


All'evento sarà presente Luigi Turinese con la relazione
"Arte e Medicina"




mercoledì 18 settembre 2019

Omeopatia. Dalla biotipologia alla cura del sintomo - al Nobile Collegio Chimico Farmaceutico








Omeopatia
Dalla biotipologia alla cura del sintomo

Programma
GIOVEDÌ 19 SETTEMBRE 2019: La nozione di terreno in medicina e in omeopatia.
(Dott. Luigi Turinese)
LUNEDÌ 23 SETTEMBRE 2019: I principali medicinali costituzionali in omeopatia.
(Dott. Luigi Turinese)
MARTEDÌ 24 SETTEMBRE 2019: L’omeopatia in pediatria.
(Dott.ssa Adele Imperiale)
MARTEDÌ 1 OTTOBRE 2019: L’omeopatia e la preadolescenza.
(Dott.ssa Adele Imperiale)
GIOVEDÌ 3 OTTOBRE 2019: Lo studio dei modelli reattivi e di alcuni medicinali di fondo.
(Dott. Luigi Turinese)
MARTEDÌ 8 OTTOBRE 2019: Il consiglio omeopatico nella donna (prima parte).
(Dott.ssa Adele Imperiale)
GIOVEDÌ 10 OTTOBRE 2019: I principali medicinali diatesici.
(Dott. Luigi Turinese)
MARTEDÌ 15 OTTOBRE 2019: Il consiglio omeopatico nella donna (seconda parte).
(Dott.ssa Adele Imperiale)
GIOVEDÌ 17 OTTOBRE 2019: Il tipo sensibile.
(Dott. Luigi Turinese)
MARTEDÌ 22 OTTOBRE 2019: Il consiglio omeopatico maschile.
(Dott.ssa Adele Imperiale)
GIOVEDÌ 24 OTTOBRE 2019: Descrizione di alcuni tipi sensibili.
(Dott. Luigi Turinese)
MARTEDÌ 29 OTTOBRE 2019: Il consiglio omeopatico nella stagione invernale.
(Dott.ssa Adele Imperiale)
Test di apprendimento



domenica 3 marzo 2019

Zoomorfismo, fisiognomica e fitognomica. Della Porta antesignano della biotipologia in medicina


“Zoomorfismo, fisiognomica e fitognomica. 
Della Porta antesignano della biotipologia in medicina”
 di Luigi Turinese

"Cold fire" foto di Gianna Tarantino

“Coloro che vogliono far profitto in questa scienza bisogna che studino
 con grandissima  disciplina  i libri delle istorie degli animali”
(G. B. Della Porta)


Nel caos in cui si trova venendo alla luce, l'uomo cerca da sempre un ordine figurandosi il mondo come un sistema di segni da interpretare. Possedere una semiotica universale, ecco il grande, inconscio desiderio dell'umanità: ogni segno rimanda all'altro, in una ragnatela di significati  da  penetrare con chiavi sempre più  sottili.

Questo vero e proprio metodo di conoscenza, in uso sin dall'antichità, trova la sua più compiuta applicazione, nel tardo Medioevo e nel Rinascimento, con la  dottrina delle signature, secondo la quale il Creatore ha posto nel mondo, e nelle sue creature, dei segni indicatori: basta saperli leggere.

Così ogni pianta reca in sé dei  particolari che indicano la propria funzione terapeutica: il succo giallo della celidonia ci comunica la sua indicazione nelle affezioni epatiche; la preferenza di alcune piante per habitat lacustri o fluviali ci fa comprendere la loro indicazione in malattie  provocate dall'umidità, come le malattie reumatiche; e così via. Non è difficile scorgere la discendenza di tale pensiero dal Timeo platonico, in cui viene adombrata  una  corrispondenza  tra  macrocosmo (mondo) e microcosmo (uomo). Si  tratta  di  un  pensiero analogico, sicuramente prescientifico ma che getta la sua ombra lunga in piena epoca scientifica, se un astronomo del calibro di Keplero (1571-1630) poteva ancora scrivere: "Dio, troppo benevolo per restare in ozio, iniziò a  fare il  gioco  delle segnature ed iscrisse la sua simiglianza nel mondo...".

A  questa  logica  si ispira  anche  la  fisiognomica (da physis =natura e gnome = conoscenza), che nel considerare il volto come centro rivelatore della personalità postula un fondamentale rispecchiamento tra corpo (viso) e anima. Inoltre, essa  manterrà  per  tutta  la  sua  lunga  storia  un  topos immutabile: lo zoomorfismo, cioè la comparazione tra tipologie facciali e tipologie animali allo scopo di trarre indicazioni sul carattere  degli  uomini  traendole  dal  carattere  degli animali a cui assomigliano.

Le prime tracce di un sapere fisiognomico sono riscontrabili in epoca paleo-babilonese (XVII secolo a. C.). 
Passando al mondo greco è d’obbligo citare Pitagora (VI secolo a. C.), che sottoponeva i discepoli a esame fisiognomico. Egli ne avrebbe appreso l’arte presso Arabi, Ebrei, Caldei. Nel Corpus Hippocraticum la prima apparizione del termine si riscontra nel trattato delle “Epidemie” (V secolo a. C.). Platone (V-IV secolo a. C.) introduce elementi di zoomorfismo nel Fedone.
Contemporaneo di Platone, anche Antistene, fondatore della scuola cinica, si sarebbe occupato di fisiognomica. Aristotele (384-322 a.C.) si serve dello zoomorfismo nella sua Storia  degli  animali,  considerata  il  primo  compiuto trattato  di fisiognomica che si conosca.
Un epigramma dell’Antologia Palatina (III secolo a. C.) parla di un certo Eustene, “fisiognomico capace di capire dallo sguardo anche il pensiero”.
Per quel che attiene al mondo latino, Cicerone (106-43 a.C.) si fa divulgatore, nel “De fato”, delle   posizioni aristoteliche. Nel “De oratore” troviamo inoltre la celebre affermazione, pertinente al nostro tema, “Imago animi vultus est”.
Polemone di Laodicea (II secolo) riprende lo zoomorfismo nel suo trattato sulla fisiognomica, conservato in una versione in lingua araba del XIV secolo e tradotto in latino soltanto nel XIX secolo. Apuleio (II secolo), nelle “Metamorfosi”, si produce in una descrizione fisiognomicamente considerevole del protagonista Lucio. A Roma fioriva l’attività dei metoposcopi, che leggevano il futuro nelle rughe della fronte.

Guarda le immagini dell'intervento

Dopo alcuni secoli di relativo letargo, nel corso del Medioevo la fisiognomica  riprende vigore e viene diffusa in Europa grazie alla mediazione della cultura araba.
Il Rinascimento vede il fiorire di posizioni nuove accanto a riflessioni sulle cosmogonie antiche, per lo più mutuate dal Timeo.
La  figura  di  Leonardo  da  Vinci  (1452-1519)  è  centrale nell'evoluzione della fisiognomica. Non solo per quel tanto di genio che  Leonardo mise in ogni campo  dello scibile cui  si interessò; non solo per la possibile esistenza, di cui gli studiosi discutono da tempo, di uno studio leonardesco sulla fisiognomica, che sarebbe perduto; ma soprattutto per la connessione, che con Leonardo si fa esplicita, tra fisiognomica e arte figurativa. "Farai le figure in tale atto, il quale sia sufficiente a dimostrare quello che la figura ha nell'animo; altrimenti la tua arte non sarà laudabile". Come  afferma  lo  storico  dell'arte  Flavio  Caroli (1995: 12):  "[...] il cammino della pittura strettamente intersecata con la psicologia, cioè con la fisiognomica, è l'asse portante della cultura figurativa occidentale". Tale asse affonda le sue radici nel genio di Leonardo.
Dopo  di  lui,  innumerevoli  uomini  d'arte  e  di  scienza rinascimentali hanno affrontato le tematiche fisiognomiche. Nel “De sculptura” di Pomponio Gaurico (1481-1530) un capitolo viene dedicato alla fisiognomica, con particolare riguardo ai temi degli occhi e dello zoomorfismo.
Un gigante della pittura come Tiziano Vecellio (1490-1576), nella “Allegoria della prudenza”, del 1565, utilizza temi zoomorfici, giustapponendo a tre teste di uomini di diversa età rispettivamente il cane, il leone (considerato dai fisiognomici l’animale in cui si celebra al massimo grado la combinazione di forza e saggezza) e il lupo. Michelangelo Biondo (1497-1656), filosofo e medico veneziano di formazione napoletana, nel “De cognitione hominis per aspectum” (1544) seppe conciliare conoscenze artistiche, fisiognomiche e mediche.
Ma è soprattutto Gerolamo Cardano (1501-1576) ad imprimere un segno originale allo studio dei rapporti tra anima e corpo. Nel primo libro del trattato “Metoposcopia”, pubblicato postumo, possiamo  leggere: "Questa  arte,  che  è  la  parte principale della fisiognomica, si sforza di predire il futuro attraverso l'ispezione sia della faccia frontale che della sua lunghezza, larghezza e delle sue diverse linee, ed anche dai marchi naturali che vi si trovano". Cardano, pur essendo medico, si muove ancora in un universo culturale in cui la pratica divinatoria ha la meglio su quella più propriamente clinica, e in cui i segni del volto sono signature a tutti gli effetti.
Montaigne (1533-1592) dedica alla fisiognomica un intero capitolo degli “Essais” (1588).

Il punto di cerniera, e al tempo stesso di svolta, tra cultura cinquecentesca impregnata di magismo e pensiero razionalistico secentesco si ha con l'opera di Giovan Battista Della Porta (1535-1615). La sua “Fisionomia dell'huomo” (Napoli, 1598) è l'edizione in lingua volgare dei  precedenti studi in latino dell'autore, arricchita di  un centinaio  di  tavole  esemplificative  che mettono  aristotelicamente  a  confronto  animali  e  uomini.  Di nuovo lo zoomorfismo, dunque, che Della Porta utilizza, nel trattato “Phytognomonica octo libris contenta” (1588), anche per  uno spericolato  studio  comparativo  tra  mondo  animale  e  mondo vegetale, in cui indaga le proprietà delle piante a partire  da  somiglianze  morfologiche  con  parti  di  organismi animali.
Lo studio delle signature delle piante è volto alla ricerca di una unità estetica dell’Universo. Lo zoomorfismo di Della Porta si situa tra lo schematismo grafico di Gerolamo Cardano e il razionalismo di Charles Le Brun, che vedremo tra breve.
L’animale simboleggia l’essenza, la qualità fondamentale di un essere umano. “Mai la natura fece un animal che avesse il corpo d’uno o l’animo di un altro animale: cioè un lupo, over agnello, che avesse anima di cane o di leone […] Se l’anima umana venisse in un corpo di cane, restandogli però l’intelletto, non avrebbe costumi se non di cane”.
L’Universo appare così come un grande teatro di frattali: ogni cosa riflette e significa tutte le altre: tout se tient, in una dimensione protostrutturalista.

Il  Seicento  è  il  secolo  in  cui  si  cerca  di  indagare  le passioni con l'ausilio della ragione. René Descartes (1596-1650) indirizza parte della sua attività filosofica ad investigare il rapporto tra anima e corpo. Di  questa  sezione  della  produzione  di  Cartesio  bisogna ricordare “Les Passions de l'Ȃme” (1649), di cui trascriviamo un  brano  in  cui  vengono  elencati  i  segni  esteriori  delle passioni: "I più importanti tra questi segni sono i moti degli occhi  e  del  volto,  i  mutamenti  di  colore,  i  tremiti,  il languore,  gli  svenimenti,  il riso,  le lacrime,  i  gemiti,  i sospiri".
Pressoché contemporaneo di Cartesio è Charles Le Brun (1619-1690), primo pittore di Luigi XIV, cui si devono importanti riflessioni teoriche su tematiche fisiognomiche. Si ricordano il “Traité des Passions” (1649) e soprattutto la serie di conferenze tenute  presso  l'Accademia  Reale  di  Pittura  e  Scultura, dedicate all’espressione generale e particolare.
A partire dal Settecento, la fisiognomica tende per così dire a specializzarsi, spostandosi progressivamente in ambito medico e lasciando alla pittura un ruolo più illustrativo.
Mantiene una certa autonomia artistica e una certa unitarietà l'opera del pittore inglese William Hogarth (1697-1764), che nel 1743 realizza, nella stampa “Caratteri e  caricature”, una vera e propria  summa  di  fisiognomica  applicata al disegno.  Dieci  anni  più tardi,  l'artista  sente  il  bisogno  di  dare  una  copertura teoretica  alla  sua  perizia  grafica,  pubblicando il  trattato di estetica “The analysis of beauty” (1753), di cui riportiamo un passo dalla prima traduzione in lingua italiana, del 1761: "[...] il volto è l'indice dell'animo; e questa massima è tanto radicata in noi, che non  possiamo  fare a  meno[...]  di  formare qualche particolar concetto della persona, di cui si osserva il volto, anche  prima  di  ricevere  informazione  per  altri  versi[...]  E' ragionevole il credere che l'aspetto sia una vera e leggibile immagine dell'animo, che dà a ognuno a prima vista l'istessa idea;  e  vien  poi  confermata  in  fatti:  per  esempio,  tutti concorrono  nell'istessa  opinione  a  prima  vista  di  un  vero idiota".
Lo  svizzero  Johann  Caspar  Lavater  (1741-1801)  può  essere considerato l'ultimo fisiognomico puro, che indaga le forme fisse per carpirne significati oggettivi. Dopo di lui saranno maggiormente indagate le forme mobili dell'espressione: la mimica, la gestualità, il comportamento. Si parlerà allora più   propriamente   di   patognomica   (da pathos = passione e gnome = conoscenza); mentre  la fisiognomica rifluirà in ambito medico e avrà come erede la frenologia. L'opera di Lavater è probabilmente sopravvalutata, forse perché a suo tempo ebbe l'iniziale  adesione  di  due  personaggi  del calibro di Goethe e di Füssli. Lavater è ricordato soprattutto per le sue silhouettes, tratte dal “Physiognomische Fragmente” (1775-1778).

Dicevamo prima della frenologia. Il suo fondatore, Franz Joseph Gall  (1758-1828),  nei  lavori “Recherches  sur le système nerveux” (1808) e “Anatomie et physiologie du système nerveux” (1819) afferma che la forma che definisce le funzioni non è quella  facciale ma  quella cerebrale e che quest'ultima può essere  dedotta  dalla  forma del  cranio.
Inizia  così  una minuziosa analisi delle bozze e degli avvallamenti del cranio, ingenua anticipazione dello studio delle aree cerebrali. La  frenologia  conosce  in  breve  tempo  un  largo  successo  di pubblico. Gli imprenditori    cominciano a richiedere certificazioni  craniologiche  prima  di  assumere  impiegati, proprio  come  si  fa  oggi  inserendo  uno  psicologo  nelle commissioni che  selezionano il personale. A un livello più popolare, ci si fa fare il profilo frenologico come ai giorni nostri si chiederebbe  il  tema  natale astrologico. A questo scopo, nel 1835 i fratelli Povel aprono a Philadelphia  il  primo locale dove, a pagamento,  viene effettuata  la  lettura  del cranio; il successo sarà di  tale portata  da  indurli  ad  aprire  a  New York un Phrenological Cabinet;  non avendo  tempo  e  modo  di  recarvisi,  i  clienti potevano inviare un buon dagherrotipo del proprio cranio. Non mancano i veri e propri ciarlatani. Il filosofo Friedrich Engels ricorda  lo  spettacolo  di  un frenologo che girava per le campagne con una ragazza che faceva sprofondare in estasi mistica premendole sul cranio il “centro della preghiera”. Il tutto davanti a un folto pubblico,  dapprima  incredulo  e  poi  convertito  alla nuova “scienza”.

Sempre  nell'Ottocento,  è  d'obbligo  menzionare  un  precursore dell'etologia: niente meno che il grande Charles Darwin (1809-1882), conosciuto per “L'origine delle specie” (1859) ma anche autore di un libro meno noto, “The expression of emotions in man and animals” (1872),  in  cui  sostiene  che  le  espressioni  delle emozioni sono al servizio della selezione naturale, fisiologici segnali di difesa o di attacco.
Passato  alla  storia  per  il  celebre  ritratto  che  gli  fece Vincent Van Gogh nel 1890, pochi mesi prima del suicidio, il dottor  Paul  Ferdinand  Gachet  (1829-1903)  fu  psichiatra, elettroterapeuta,  omeopata.  Da  pittore  dilettante  qual  era, effettuò  ritratti  delle  internate  all'ospedale  psichiatrico della Salpetrière, allo scopo di studiare i segni somatici ed espressivi della follia. Gachet si era laureato con una tesi sulla  Malinconia,  di  cui riportiamo  un passo  che  assume  un valore  ancora  maggiore  se  lo  leggiamo  avendo  presente  il ritratto  che   gli   fece   Van   Gogh e    che  sembra un'iconografia  esplicativa dei suoi argomenti. Gachet  descrive la patognomica  del malinconico:  "Sembra  che  la  creatura  si rattrappisca, si ripieghi su se stessa, si comprima, come se dovesse  occupare  il  minor  posto  possibile  nello  spazio.  La postura  del  malato  è  tutt'affatto  particolare.[...]  Il  tronco semiflesso sul bacino, le braccia trattenute verso il torace.[...] La testa quasi piegata sul petto leggermente inclinata.[...] Tutti i  muscoli  del  corpo  sono  in  uno  stato  di  semicontrazione permanente[...]  i  muscoli  facciali  sono  come  contratti[...]  e conferiscono alla fisionomia un aspetto di particolare durezza; i  muscoli  sopraccigliari,  aggrottati  in  maniera  permanente, sembrano nascondere l'occhio e aumentare la sua profondità.[...] La bocca è serrata in una linea diritta, sembra che le labbra siano  scomparse.[...]  Il colorito  è  giallastro e  terroso.[...]  Lo sguardo è fisso, inquieto, obliquo, diretto verso terra o di lato."
Di  lì  a  pochi  anni  l'ospedale  psichiatrico  parigino  della Salpetrière diventerà teatro delle gesta del maggiore studioso ottocentesco dell'isteria: il neurologo  Jean-Marie Charcot, ai cui celebri e frequentati corsi assistette, dall'ottobre 1885 al  febbraio  1886,  un  giovane  neurologo  austriaco  di  belle speranze: Sigmund Freud.

Con  Paolo  Mantegazza  (1831-1914), autore di  “Fisionomia e mimica” (1861),  nasce  l'antropologia  scientifica,  antenata dell'antropologia criminale di Lombroso.
Cesare Lombroso (1835-1909) è un giovane psichiatra quando, analizzando le protuberanze craniche di un ladro, Giuseppe Villella, ritiene di scorgervi le stigmate  di un'atavica predisposizione  al  crimine.  Prendono corpo cosi “L'uomo delinquente studiato in rapporto all’antropologia, alla medicina legale ed alle discipline carcerarie” (1876; poi ripubblicato nel 1897 provvisto di  un Atlante) e  “La donna delinquente, la prostituta e la donna normale” (1893). Il considerare  la tendenza al crimine alla stregua della predisposizione ad una malattia naturale spinge Lombroso a chiedere l'isolamento di queste  persone  in  luoghi di  cura piuttosto  che in  carcere.
Nasce  in  questo  modo  l'istituzione  del  manicomio  criminale (1891)  e,  nel  1905,  viene  istituita  la  prima  cattedra  di antropologia  criminale, affidata allo stesso Lombroso.
Se da una parte, con le sue teorie, Lombroso  può  essere  considerato  un  precursore  della  funesta idea  di   predestinazione  razziale,   dall'altra   cerca  una giustificazione per così dire naturalistica al crimine. La sua fortuna comincia ad incrinarsi pochi giorni dopo la sua morte allorquando, all'autopsia  effettuata da  un    avversario scientifico, il suo cranio rivela la tipica natura dell'alienato e del criminale.
Oggi rimane  un  Museo  Lombroso  a  Torino  e,  soprattutto,  un  modo popolare di parlare a prima vista di faccia da delinquente che, a ben vedere, si riverbera anche nell'uso delle fotografie segnaletiche e degli identikit.

Nel   Novecento,   lo   studio   del   volto   umano   abbandona definitivamente il territorio della fisiognomica  e prende fondamentalmente  tre  vie:  la  via  antropologica,  la  via criminologica e la via psichiatrica, con la creazione di discipline intermedie come la medicina criminologica e la psichiatria forense.
A queste andrebbe affiancata la via costituzionalistica, basata sulla dottrina delle costituzioni umane. Essa, oramai abbandonata da ogni ambito medico, sopravvive in quella speciale metodica clinico-terapeutica che è la medicina omeopatica.


BIBLIOGRAFIA

Barbara, M.: I fondamenti della biotipologia umana, Istituto Editoriale
                     Scientifico, Milano 1929.
Barbara, M.: I fondamenti della craniologia costituzionalistica, Pozzi, Roma 1933.
Barbara, M.: La dottrina delle costituzioni umane, Minerva Medica, Torino 1957.
Busacchi, V.: Storia della Medicina, Pàtron, Bologna, 1973.
Caroli, F.: Leonardo. Studi di Fisiognomica, Leonardo, Milano, 1991.
Caroli, F.: Storia della fisiognomica. Arte e Psicologia da Leonardo                                     
                a Freud, Leonardo, Milano, 1995.
Castellino, P.: La costituzione individuale, Idelson, Napoli, 1927.
Centini, M.: Fisiognomica, Red, Como 1999.
Corman, L.: Le diagnostic du tempérament par la morphologie, Legrand,
                    Paris 1947.
D’Alessandro, B.: Compendio di medicina costituzionale, Idelson, Napoli, 1979.
De Giovanni, A.: Commentarii di clinica medica desunti dalla morfologia del 
                            corpo umano, Hoepli, Milano 1904-1908.
Della Porta, G. B. (1586): Della fisionomia dell’uomo, Guanda, Parma 1988.
Gurisatti, G.: Dizionario fisiognomico, Quodlibet, Macerata 2006.
Lavater, J. C.: Della Fisiognomica, Editori Associati, Milano, 1993.
Magli, P.: Il volto e l’anima. Fisiognomica e passioni, Bompiani, Milano 1995.
Martiny, M., Brian, L., Guerci, A.: Biotypologie humaine, Masson, Paris 1982.
Pende, N.: Trattato di biotipologia umana individuale e sociale, Vallardi,
                 Milano 1939.
Pende, N., Martiny, M.: Traité de médecine biotypologique, Doin, Paris 1955.
Platone: “Timeo”, in Tutti gli scritti, a cura di G. Reale, Rusconi, Milano 1991.
Pseudo Aristotele: Fisiognomica, BUR, Milano 1993.
Rodler, L.: Il corpo specchio dell’anima. Teoria e storia della fisiognomica, Bruno Mondadori, 
                  Milano 2000.
Sagne, C. (1983): I volti, Sugarco, Milano, 1984.
Turinese, L.: Biotipologia. L’analisi del tipo nella pratica medica (seconda edizione), 
                     Tecniche Nuove, Milano 2006.


Intervento pubblicato ne “Il cenacolo alchemico. Incontri ed eventi ispirati al pensiero di Giovan Battista Della Porta”, a cura di Alfonso Paolella e Gennaro Rispoli. Atti del Convegno, Napoli, 24-26 maggio 2018 (pp. 197-205).

venerdì 23 febbraio 2018

Videointervista a Luigi Turinese su Omeopatia, vaccini, Medicina integrata, Psicoterapia e Storia della Medicina


Luigi Turinese  risponde a Massimo Leopardi su temi come
 Omeopatia, vaccini, Medicina Integrata, Psicoterapia, 
psicofarmaci e Storia della Medicina

Veggie Channel LIVE Show del 22 febbraio 2018 
con il Dott. Luigi Turinese (I parte, fino min 32,22)






Libri di Luigi Turinese

Luigi Turinese Cantautore

Luigi Turinese Cantautore
Clicca sull'immagine per scoprire la sua musica, i suoi concerti, i suoi CD